giovedì 31 ottobre 2013

L'indignazione della Merkel per le intercettazioni mostra come sia necessario rendere la lotta personale

30 Ottobre 2013, Rick Falkvinge
Angela Merkel è indignata che gli Stati Uniti abbiano intercettato e registrato il suo telefono. Tuttavia, non ha espresso preoccupazione per gli 82 milioni di suoi concittadini tedeschi, né per i 500 milioni di cittadini europei che sono vittime dello stesso abuso. Questo dimostra l'importanza di rendere per i politici le cose personali - portare la lotta su di loro, per abbattere il muro di tranquillità che la loro professione gli consente, se si vuole che le cose cambino.

Quando il Partito Pirata è stato fondato, è stato fatto sull'intuizione che i politici non si preoccupano per niente delle libertà civili a meno che i loro posti di lavoro non ne siano a rischio. Dopo aver visto le intense discussioni sui monopoli dei brevetti software, riguardo la direttiva Data Retention sulla conservazione dei dati (nota anche come "la legge punta-il-faro-del-governo-per-controllare-ogni-cittadino"), e sull'ennesimo vergognoso ordine  di inasprimento della corrispondenza per il monopolio del diritto d'autore, quello che mi ha colpito è che tutti hanno discusso di queste leggi come aberranti - tutti tranne i politici. Loro semplicemente non hanno partecipato al dibattito.

Questo è stato molto strano, perché i politici di solito sono i primi ad accorgersi quando qualcosa è importante per un sacco di gente. Ma non c'è stato alcun dibattito su questi temi, perché avrebbe richiesto che i politici - tutti i politici esistenti - si rendessero conto di una prospettiva completamente nuova delle libertà civili online. (Non è una scienza missilistica, davvero. Se il diritto di un cittadino si applica alla lettera al mondo fisico, si applica anche alle comunicazioni elettroniche dei cittadini. Le persone sono cittadini anche su internet. Non riesco a capire perché non se ne rendano conto).

La mia intuizione all'epoca era che i politici di solito non si preoccupano finché non rendi le cose personali per loro. Non sono cattivi, è solo che la loro agenda è così occupata da accaniti lobbisti, che non riesci a trovare posto. Almeno non in quello che dovrebbe essere il giusto contesto. Ma una volta che ho messo piede fuori da quel contesto, e nei sondaggi il giorno delle elezioni alle urne è stato messo a rischio il loro posto di lavoro - cavolo, ho ricevuto la loro attenzione!

La reazione della Merkel rispecchia questa intuizione ed esperienza. Quando ha saputo che tutti i 500 milioni di cittadini Europei erano stati illegalmente intercettati e registrati, non c'è stata una parola. Quando la stessa cosa si è rivelata vera anche per i suoi 82 milioni di connazionali, non una sola reazione. Ma quando ha scoperto che  anche il suo telefono è stato intercettato, una reazione completamente scandalizzata!

Questo ci porta ad una importante lezione.

Non si può ottenere un cambiamento di contesto sociale dall'esterno, ma si può provocare il cambiamento dal di fuori se le cose vengono rese personali per i detentori del potere in carica.

Ci sono molti modi per rendere le cose più personali senza infrangere la legge o fare cose raccapriccianti. Uno dei più evidenti è quello di minacciare di prendere i loro posti di lavoro all'interno del sistema democratico. Altri meno evidenti sono quelli di poter utilizzare le intercettazioni esistenti contro di loro, come è successo oggi.

Se i vecchi politici hanno bisogno di un assaggio della loro stessa medicina per capire perché la rete deve rimanere libera, allora forse questo è quello che ci vuole.

L'op-ed di Falkvinge sul blog "Privacy Online News" di privateinternetaccess
Merkel’s Outrage Over Wiretapping Shows Need To Make The Fight Personal

martedì 29 ottobre 2013

Il parlamento vota per sospendere la condivisione delle transazioni finanziarie con gli Stati Uniti

Questa settimana, il Parlamento Europeo ha votato per sospendere immediatamente la condivisione dei dati finanziari europei di monitoraggio con gli Stati Uniti in una decisione 280-254, così come di richiedere una indagini criminale nei confronti della NSA. Questo a seguito delle tracce delle rivelazioni di sorveglianza di massa che l'NSA sia riuscita ad accedere illegalmente ai dati finanziari SWIFT. Questa sembra essere un'altra sveglia per il pubblico e una reazione contro l'industria delle intercettazioni segrete.

Il Parlamento europeo ha votato per sospendere immediatamente il programma di condivisione dei dati SWIFT con gli Stati Uniti. Questo a seguito delle rivelazioni che la NSA si sia inserita nel sistema SWIFT, che gestisce le transazioni finanziarie europee e mondiali, e sia riuscita ad ottenere illegalmente accesso a tutto il sistema. Il Parlamento Europeo ritiene che questo sia un tale completo e brutale abuso di fiducia, che l'accordo sulla condivisione dei dati debba essere revocato immediatamente.

Secondo il cosiddetto accordo di condivisione dei dati SWIFT, le transazioni finanziarie Europee vengono inviate in massa agli Stati Uniti, in un tentativo comune per combattere il terrorismo attraverso il Terrorist Finance Tracking System (TFT). I critici del programma hanno sottolineato che si tratta di una violazione della privacy dei cittadini europei, nonché un modo ingenuo di consentire alle industrie statunitensi una superiorità nelle trattative d'affari, dando loro un vantaggio informativo.

Il Parlamento europeo incaricato la polizia degli Stati Europei di avviare indagini penali nei confronti della NSA:

(dalla relazione dell'Europarl)

10 . Chiede al Consiglio e agli Stati membri, alla luce di quanto sopra, di autorizzare un'indagine dal Centro Cybercrime Europol sulle accuse di accesso non autorizzato ai dati di pagamento finanziari disciplinati dal presente accordo;

11 . Richiede una inchiesta speciale alla Commissione per le Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni nella sorveglianza di massa di cittadini dell'Unione europea di indagare ulteriormente le accuse di accesso abusivo ai messaggi di pagamento finanziari oggetto dell'accordo;

L'accordo di condivisione dei dati SWIFT è stato sostenuto dal Commissario Cecilia Malmström Europei, che per prima ha negoziato mentre occupava una carica diversa, e poi difesa dalla Commissione una volta essendo che è stata nominata commissario europeo, insistendo sul fatto che il Parlamento Europeo dovesse approvarlo. Ha scommesso gran parte della sua carriera su questa condivisione di dati, e il voto del Parlamento Europeo di questa settimana non è solo un duro colpo per la credibilità e affidabilità degli Stati Uniti, ma anche per la sua carriera politica personale.

Resta da vedere se il Commissario Malmström intende sfidare il Parlamento europeo, rifiutando di sospendere la condivisione dei dati. Resta anche da vedere se una revoca della condivisione dei dati volontari abbia alcun effetto pratico, considerato come la NSA ha illegalmente dato a se stessa l'accesso ai dati in ogni caso.

Traduzione dal sito di Falkvinge: In Mass Surveillance Fallout, European Parliament Votes To Suspend Financial Data Sharing With United States

I servizi segreti sono fuori controllo? Forse, purtroppo, no

28 Ottobre 2013. Dopo mesi di imbarazzante silenzio, quando negli ultimi giorni lo scandalo è montato a livello europeo e l'Italia non poteva più continuare a far finta di nulla, il nostro ministro degli esteri Emma Bonino il 25 ottobre ci da una risposta che forse voleva essere rassicurante ma di fatto è sconcertante: «Dalle informazioni che abbiamo non risulta un coinvolgimento italiano».
Cosa vuol dire? Che siamo tranquilli e che non ci riguarda? Improbabile. Che non sappiamo ancora niente? Possibile.
Neanche i servizi segreti italiani sembrano essere in grado di farci uscire dal pantano: "l’intelligence di Roma «non ha evidenze» delle 46 milioni di telefonate spiate in Italia dalla Nsa. E invita a prendere con le pinze le indiscrezioni del sito e a distinguere tra spionaggio e monitoraggio".
E Obama? Sapeva, non sapeva, non poteva non sapere? In Italia ormai in questi casi si dice "a sua insaputa".
A quale ipotesi dobbiamo rassegnarci, che siano tutti bugiardi, o che siano tutti fessi?
Per gli Italiani, purtroppo, l'ago della bilancia pende pesantemente da un lato.
Ma per il presidente Americano?
È pensabile che questo giocattolo da 52 miliardi di dollari fosse fuori dal controllo della massima carica del governo al quale dovrebbe essere sottoposto?
Dipende. Dipende a cosa serve questo giocattolo. Che sia da mettere in discussione il suo scopo principale dichiarato, quello della lotta al terrorismo nonostante i ripetuti ritornelli, ce lo fanno capire sia gli inesistenti risultati su questo fronte, che le stesse parole del direttore dell'Nsa, Keith Alexander, che di fronte alla commissione del senato Americano ha ammesso di aver mentito.
Prodi lo dice chiaramente "È certo che, almeno nel caso in questione, il terrorismo non aveva alcun rapporto con l’illegittimo ascolto di conversazioni telefoniche private" quando ci racconta di aver capito di essere intercettato dalla Nsa vedendo pubblicata la sua telefonata con l’allora presidente dell’Eni.
Un rapporto pubblicato dal Parlamento europeo già a maggio 1999 ha affermato che i piani di Washington per il controllo software di crittografia in Europa non avevano nulla a che fare con le forze dell'ordine e tutto aveva a che fare con lo spionaggio industriale degli Stati Uniti, ci ricorda William Blum.
Solo che ormai lo scenario è decisamente cambiato. Pensare ad un predominio economico esclusivamente americano, può essere utile per convincere qualche senatore del congresso degli Stati Uniti. Ma ormai il capitale e ancora di più la finanza si muove su dimensioni sovranazionali, e USA tranquillamente gli stati, uniti o meno, per garantirsi coperture in momenti di crisi. Perché non potremo quindi pensare che eserciti tale controllo, magari non in forma palese, anche su questi sofisticatissimi giocattoli?

domenica 27 ottobre 2013

Sappiamo con certezza al 100% che la sorveglianza di massa non ha sventato un solo piano terroristico

Sappiamo con assoluta certezza al 100% che l'indusitra dele intercettazioni - NSA, GCHQ, FRA, ecc - ha fermato un totale di esattamente zero piani terroristici. Possiamo essere certi di questo fatto, perché non ci sono stati processi e non ci sono state condanne per aver progettato distruzione diffusa. La progettazione di tale crimine è grave quasi quanto il crimine di eseguirlo, e mentre in alcuni paesi incivili le prove possono essere segrete, i tribunali e i processi stessi non sono segreti.

Nel tentativo di giustificarne l'esistenza, la NSA, il GCHQ, il FRA, e altre simili agenzie governative dell'industria delle intercettazioni cercano di dire che la loro esistenza e le loro operazioni, di fatto criminali, sono giustificate perché "scoprono i piani terroristici" - un esempio da manuale di come il fine giustifica i mezzi, e della necessità di rispettare la legge infrangendola sistematicamente.

Abbiamo sentito questa giustificazione dalla NSA, dal GCHQ, e dal FRA allo stesso modo, proprio come dai loro colleghi. Tuttavia, sappiamo per certo che stanno mentendo.

Se un atto di terrore stava per essere programmato ad un livello sufficientemente avanzato per parlarne in termini di un "piano terroristico", allora tale pianificazione e la sua preparazione è di per sé un crimine. In Svezia, il reato principale è "causare devastazione con pericolo per il pubblico" (allmänfarlig ödeläggelse), e quello è il crimine che comporta una pena detentiva a due cifre o addirittura la vita in carcere. La pianificazione e la preparazione di un tale crimine ("förberedelsebrott") comporta una condanna alta quanto effettuarlo.

Quindi, se una tale pianificazione fosse stata effettivamente scoperta, sarebbe nei tribunali, e qualcuno sarebbe sotto processo per questo. Questa sequenza di eventi è assolutamente inevitabile. Non abbiamo tribunali segreti (anche se alcuni paesi non civilizzati insistono ad avere prove segrete), le prove e le accuse sono pubbliche, in modo che il potere giudiziario debba rendere conto con appropriata trasparenza nei confronti del pubblico.

Ma nessuna di tali accuse sono state depositate, e non si sono svolti tali processi, e soprattutto non ci sono state condanne. È assolutamente e sicuramente impensabile, che se un complotto terroristico fosse stato sventato, che le accuse non sarebbero state depositate. Se qualcuno fosse stato scoperto a preparare una "devastazione con un pericolo per il pubblico", che vorrebbe dire che un reato molto grave sarebbe stato commesso con sanzioni tra cui la condanna più dura possibile  - la prigione a vita - e tali criminali sarebbero stati portati alla giustizia nel 100% dei casi, con conseguenti condanne se ci fosse stato un "complotto terroristico".

Vedendo come questo non sia successo, possiamo essere assolutamente certi che l'industria delle intercettazioni ha fermato un totale di esattamente zero cosiddetti "complotti terroristici".

In altre parole, quando le agenzie governative dell'industria delle intercettazioni borbottano di aver fermato "una cinquantina su per giù di piani terroristici, ma non possiamo parlarne", stanno usando l'ormai consolidato metodo politico di persuasione chiamato mentire come un fottuto bugiardo.

L'articolo in inglese sul sito di Falkvinge: We Know With 100% Certainty That Mass Surveillance Hasn’t Foiled A Single Terror Plot

venerdì 25 ottobre 2013

Tintin e gli squali del copyright

24 Ottobre 2010, Lionel Dricot
Tintin, il noto giornalista avventuroso dei cartoni animati, è qualcosa che il suo creatore Hergé voleva morisse con lui. In questo pezzo ospitato, Lionel Dricot spiega come un uomo britannico riuscì a schiacciare l'eredità di Hergé e trasformare il tutto in un redditizio sfruttamento che è puramente ostile a tutte ciò che riguarda l'arte, con l'intenzione di non lasciare mai che il cartone animato diventi di pubblico dominio, neppure nel 2053.

In Belgio, Tintin è un'icona. Qualcosa di cui l'intero paese è fiero.
Birre, cioccolatini e Tintin sono i simboli di quel piccolo paese europeo.Tintin è stato creato dal fumettista Hergé, che morì nel 1983 mentre lavorava al 24° album di Tintin, che non fu mai terminato e pubblicato solo come un racconto incompleto nel 2004.Prima di morire, Hergé dichiarò esplicitamente che nessuno avrebbe dovuto continuare Tintin. Voleva che il suo giovane giornalista morisse con lui e, finora, la sua volontà è stata rispettata. I vecchi album vengono regolarmente ristampati e la maggior parte dei belgi hanno letto i 22 album della serie, almeno una volta (il primo in assoluto, Tintin e i Sovietici, è in realtà una strana propaganda anti-comunista degli anni '20 e Hergé non ha voleva che si ripubblicasse). A differenza di altri personaggi dei cartoni animati, Tintin non si sta evolvendo più ma la ricchezza dei 22 album, con il loro corteo di magnifici personaggi, è considerato un lavoro sacro dai cosiddetti Tintinofili.Tutto questo non ha impedito che venisse fatto un business molto redditizio: derivati​​, biscotti e anche un film diretto dallo stesso Steven Spielberg. Ogni volta che una foto di Tintin viene utilizzata da qualche parte nel mondo, la società Moulinsart (precedentemente chiamata Tintin Licensing, che è più esplicito) guadagna un po' di royalties. E indovinate un po'? Sono piuttosto care.La società ha anche costruito un museo da €15.000.000, chiamato il Musée Hergé, costruito nella città di Louvain-la-Neuve dove c'era il club giovanile locale, che si è dovuto distruggere. Durante l'inaugurazione, a nessuno dei giornalisti è stato permesso di prendere qualsiasi immagine per evitare "l'abuso del copyright a causa di lavori esposti". Scontenti, alcuni giornalisti hanno lasciato il museo, che è molto ironico quando si sa che Tintin è un reporter e un simbolo del giornalismo avventuroso. Oggi il museo è visitato principalmente da turisti internazionali ed è abbastanza impopolare tra la gente del posto.Ma che cos'è questa società Moulinsart che fa così tanti soldi? Chi sta diventando follemente ricco grazie allo sfruttamento di Tintin? La risposta è: un uomo britannico di nome Nick Rodwell. Qual è stato il suo contributo a Tintin? In sostanza, ha sposato la vedova di Hergé . Sì, questo è tutto. È riuscito a trasferire tutti i diritti di Tintin alla società che ha fondato con la moglie ed ora sta solo cercando di schiacciare ogni uso di Tintin, dove non ottiene abbastanza royalties. Regolarmente, i piccoli pub tipici del Belgio che utilizzano l'immagine di Tintin sulla loro finestra di fronte (perché è una icona belga, dopo tutto) vengono denunciati o arrestati. Inutile dire che Nick Rodwell è piuttosto impopolare tra Tintinofili.I veri fan aspettano il 2053. 70 anni dopo che Hergé è morto, Tintin diventerà di dominio pubblico. Il simbolo sarà disponibile per chiunque.A meno che ...In una recente intervista, Nick Rodwell ha annunciato che Moulinsart avrebbe fatto tutto il possibile per evitare che Tintin a diventi di dominio pubblico dopo il 2053. Per "proteggerlo". E hanno un'idea: un'altra icona del fumetto belga in Belgio, Spirou, è sempre stato di proprietà di una società (Dupuis) e, come tale, non può diventare di dominio pubblico fino a quando la società produce nuovo lavoro correlato. Nick Rodwell progetta di fare esattamente la stessa cosa con il rilascio di un nuovo album ... nel 2051! Nonostante la volontà di Hergé, loro prevedono di "proteggere il lavoro". Non hanno ancora alcuna idea di quale potrebbe essere la storia.Forse potremmo aiutarli. "Tintin e gli squali del copyright" suona come una storia accattivante. Una storia che potrebbe illustrare come il diritto d'autore protegge "gli artisti", quelli che lavorano così duramente per intrattenerci .PS: Ironia della sorte, oggi (24 ottobre 2013) è stato annunciato nei notiziari belgi che a causa della sua impopularità, il Museo Hergé è attualmente un fallimento economico. Anche se il museo è interamente privato (e qualsiasi beneficio sarebbe andato alla società Moulinsart), Nick Rodwell ha chiesto aiuto finanziario da parte del governo.

Traduzione dal sito Falkvinge:  Tintin And The Copyright Sharks

mercoledì 23 ottobre 2013

Servizi per la sicurezza, ecco perché in Italia li chiamiamo «segreti» e da loro si chiamano «intelligence»

23 Ottobre 2013.
Giacomo Stucchi della Lega, presidente del Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) dice «In tutti gli incontri abbiamo avuto la conferma che il Governo non sapeva del programma Prism. Quindi dire che i nostri servizi sapevano, quando non lo sapeva nemmeno il governo non è corretto. Nella sede dell'Nsa ci hanno detto che raccoglievano informazioni sui dati di traffico, ma nessuno in Italia, cioè i governi Prodi, Berlusconi, Monti e per pochi mesi Letta e quindi nemmeno i servizi, è stato messo al corrente di quello che stavano facendo».

Un segreto insomma, per i servizi segreti italiani.


E prosegue «È stato escluso che intercettazioni a strascico fatte col programma Prism potessero aver riguardato in modo indiscriminato cittadini italiani, perché ci è stato detto che ci sono filtri e accorgimenti per evitare che questo avvenga quando ci sono Paesi coi quali ci sono vincoli di amicizia».

Ovvero: l'NSA ha una gigantesca macchina di raccolta informazioni, che prende i dati delle comunicazioni di tutto il mondo, però in presenza di dati sugli italiani, vengono subito filtrati.

C'è da crederci? Forse no, e per fortuna sembra non crederci neanche Stucchi: «Al governo chiediamo di chiarire se effettivamente l'informazione che è stata trasmessa è un'informazione veritiera per quanto riguarda i nostri concittadini, questo dubbio è un dubbio più che legittimo».
«Se è vero che la Nsa spia governi e industrie - dice Vincent Cannistraro, ex capo dell'ufficio della Cia in Italia - non credo che Roma possa essere stata risparmiata».

Paese sovrano

«Il nostro governo non ha mai concesso agli Stati Uniti di intercettare le telefonate dei cittadini italiani. Siamo un Paese sovrano e da noi non possono essere effettuate intercettazioni dei cittadini italiani senza l'autorizzazione della magistratura» ha detto ieri Massimo D'Alema, ex presidente del Copasir.
D'Alema quindi vorrebbe convincerci che l'Italia sia un paese sovrano, e per di più nei confronti degli americani: all'ambasciatore Giampiero Massolo, capo del Dipartimento per le Informazioni e la Sicurezza, il DIS che coordina l'attività dei Servizi segreti per conto del presidente del Consiglio, sono bastate le prime rassicurazioni degli Usa per ritenere di non dover intervenire, e una fonte titolata del di palazzo Chigi del quotidiano Repubblica ammette: «Che altro dobbiamo fare? Mandare forse la portaerei Garibaldi davanti alle coste americane?».

Da noi queste cose non si possono fare

Che senso ha dire "da noi" non si possono fare intercettazioni senza l'ordine della magistratura?
Il presidente del senato Pietro Grasso si è detto «tranquillo» sul fatto che gli Usa non stiano conducendo attività di spionaggio che non rispettino la legge italiana: «Abbiamo una norma che disciplina le intercettazioni, e le sottopone ad autorizzazione».
Quindi dovremo dichiararci contenti. Fessi e contenti? Queste intercettazioni dei cittadini italiani vengono fatte direttamente negli Stati Uniti, o in qualche altro paese come Svezia e Gran Bretagna. Questo perché data la natura globale delle comunicazioni, che si tratti di telefonate, mail, chat, social network, o transazioni su carte di credito, biglietti aerei o qualunque attività su Internet, consolarsi per il fatto che "queste intercettazioni agli italiani sono state fatte, ma non all'interno dei nostri confini" è inutile, per non dire stupido.

Vogliamo solo il vostro bene

Il vicedirettore dell'Nsa, John Inglis, nei primi giorni di ottobre a Washington ha spiegato alla delegazione del Copasir di aver sventato nel settembre 2010 un attentato a Napoli, da parte di alcuni algerini arrivati in Italia dalla Francia.
Il segnale è chiaro: si è vero, vi stiamo spiando, ma lo facciamo anche per il vostro bene.
Quindi rinunciate alla privacy, ma in nome di un bene più grande: la sicurezza.
Peccato che proprio all'inizio di Ottobre proprio il direttore della NSA, Keith Alexander, di fronte alla commissione Giustizia del senato americano, abbia dovuto ammettere di aver falsato le informazioni fornite sui presunti attentati terroristici sventati, che giustificherebbero queste gigantesche intercettazioni.


lunedì 21 ottobre 2013

Riconoscere l'importante valore dell'odio parlato

Rick Falkvinge, 21 ottobre 2013

Vietare il cosiddetto "odio parlato" (o incitamento all'odio) è un errore grave, irresponsabile e serio per almeno tre ragioni. Tali restrizioni della libertà di parola, mentre vengono viste come un modo semplice per uscire da una situazione scomoda, sono terribilmente controproducenti anche dal punto di vista pragmatico. Inoltre, non esiste una cosa come "restrizione della libertà di parola" - c'è libertà di parola, o non c'è.

Diversi paesi - anche quelli che si considerano nel primo-mondo, nel mondo libero, hanno restrizioni su quali opinioni politiche si possono pronunciare in pubblico. Questi sono casi da manuale del non avere libertà di parola e, nonostante questo, i paesi tendono a continuare a far finta di avere la libertà di parola - al punto in cui è scritto nella Costituzione con procedimenti cerimoniosi, che poi vengono prontamente ignorati attraverso un certo numero di clausole di eccezioni.

Uno degli obbiettivi più facili per i politici irresponsabili populisti è il cosiddetto odio parlato, dove qualcuno esprime la rabbia, odio, o altre forme di pregiudizio verso un gruppo di persone. In tali paesi, politici irresponsabili tendono a vietare questo "odio parlato", e punire duramente tali espressioni dell'opinione politica con pene detentive fino a cinque anni nel cosiddetto mondo libero.

Questo è populismo controproducente per tre ragioni .

1 . Il principio:


O sei a favore della libertà di parola, o non lo sei. Non c'è nessuna libertà di parola, zero, se si consentono solo espressioni "accettabili".

La libertà di parola esiste per proteggere la più spregevole delle espressioni, le esternazioni più vili. Questo è per un buon motivo: ogni tanto, gli sconvolgimenti dimostrano che le persone disprezzate erano quelle nel diritto morale. Questo è accaduto molte volte nella storia recente - i diritti umani per gli omosessuali ne sono un esempio recente. (Chi avrebbe potuto immaginare 50 anni fa, che gli esseri umani omosessuali erano anche esseri umani, e meritavano i diritti umani?)

La libertà di parola esiste specificamente per consentire di tutelare le opinioni che offendono e respingono le altre persone.

Se si consentono solo discorsi e opinioni che ti piacciono, un giorno o l'altro, qualcun altro consentirà solo i discorsi e le opinioni che piacciono a loro. Tali opinioni possono includere un divieto che riguarda voi in quanto essere umano, in qualsiasi modo, forma o contorno. (Non ridete. Questa è la realtà in Russia e in alcuni altri paesi per esseri umani omosessuali). Tale populismo ingenuo può tornarvi indietro e colpirvi rapidamente, se ci fosse un cambiamento di regime.

Una protezione cositituzionale non è mai stata necessaria per proteggere qualcuno che afferma un parere incontrovertibile sul quale tutti sono d'accordo, che è l' equivalente di "i cuccioli sono carini", "la torta di mele è buona", o "siamo sempre stati in guerra con l'Eurasia".

Mai prendere in giro un Negro,
Un terrone, o un Crucco, ...

2 . La pragmatica :


L'odio parlato è una valvola di sicurezza importante prima della violenza per odio.

Se si impedisce l'odio parlato, le persone inclini all'odio andranno direttamente dall'odio pensato alla terza fase, che è la violenza per odio. Cosa che va evitata.

Qualcuno che porta rancore non può essere rilevato nella fase dell'odio pensato - la fase di odio parlato è la prima tappa rilevabile per la società, ed è motivo per cui lo si vuole, lo vuoi vedere il più possibile. È qui che qualcuno può essere affrontato dalla comunità attraverso mezzi sia informali che formali - perché sono pieni di odio? Si sentono bene? Sono solo stupidi bigotti, e se sì, se ne può parlare? O hanno forse individuato una vera e propria ingiustizia nella società? (Non trascurate tale ultima possibilità).

In tutti e tre i casi, si desidera che questo odio parlato appaia, in modo che il problema possa essere affrontato serenamente. Se non gli è permesso di apparire, passerà alla fase successiva, che è la violenza per odio.

Vietare l'odio parlato non ci fa sbarazzare del problema. Tuttavia, distrugge la valvola di sicurezza cruciale nella società prima che appaia la violenza.

Oh, i protestanti odiano i cattolici ,
E i cattolici odiano i protestanti,
E gli indù odiano i musulmani,
E tutti odiano gli ebrei.

3 . L'essere umano :


Vietare l'odio parlato stabilisce che le persone sono di valore diseguale.

In alcuni paesi, è vietato esprimere che le persone nate in una certa cultura o con un colore della pelle valgano di meno. Mentre sono d'accordo con questo di fatto - che nessuno valga di meno a causa di come è nato - una tale legge stabilisce esattamente questo.

Riflettete sul fatto che nessuna legge da nessuna parte in tali paesi vieta le espressioni di odio contro di me, un maschio di mezza età dalla pelle chiara. Eppure, ci sono diverse leggi che vietano le espressioni di odio contro altre persone che sono, come dice la legge, "meritevoli di tutela".

Questo significa che una legge contro l'odio parlato solo verso determinati gruppi codifica che le persone sono di valore diseguale a causa delle condizioni in cui sono nate e non avevano voce in capitolo. Tale diritto non può assolutamente essere giusto.

In conclusione, ci sono molte buone ragioni per difendere l'odio parlato, ed i politici che prendono la via d'uscita più facile e vietano tali discorsi e opinioni (o difendono un divieto esistente) nel migliore dei casi sono negligenti e nel peggiore dei casi irresponsabili.

L'articolo sul sito di Falkvinge: Acknowledging The Important Value Of Hate Speech

giovedì 17 ottobre 2013

Il candidato Pirata prende il 4.5% nelle elezioni locali



Traduzione dell'articolo Local By-election in the UK. Pirate Candidate Gets 4.5%


14 ottobre 2013, Josef Ohlsson Collentine

Nel Regno Unito, si è liberato un seggio nel consiglio comunale della città di Manchester quando Jim Battle si è dimesso per assumere l'incarico di vice commissario di polizia. Ciò ha portato ad elezioni intermedie che si sono svolte Giovedi 10 ottobre 2013. Il capo dei Pirati, Loz Kaye, era in competizione per il seggio unico contro diversi partiti più consolidati.

L'elezione si è svolta in una piccola regione locale chiamata Ancoats & Clayton. Trattandosi di una elezione locale per riempire il seggio vancante, la partecipazione della gente è stata bassa, con 1.764 elettori (il 13,5% dei possibili elettori) che si sono recati alle cabine elettorali.
Cognome altro nome ( s ) Descrizione (se presente) Voti (ove disponibili)
LUDFORD Donna Partito laburista Candidato 1.239 ( 70,5 % -3,8 % )
SHAW Adrienne UK Independence Party 166 ( 9,4% +9,4 % )
Birkinshaw Pete Green Party 89 ( 5,1 % -3,5% )
SAVAGE Nicholas David St. John conservatore e il Partito Unionista 82 ( 4,7 % -2,2% )
KAYE Loz Partito Pirata UK 79 ( 4,5 % +1,5 % )
NERO Gareth British National Party 58 ( 3,3 % +3,3 % )
PONTI John Liberal Democrat 44 ( 2,5 % -1,5%)

Dai risultati possiamo vedere che Loz Kaye è arrivato a 10 voti di distanza dal 3° posto in questa elezione. Un leggero miglioramento rispetto alle ultime elezioni a Ancoats & Clayton dove i Pirati hanno ottenuto il 3% con Tim Dobson. I pirati hanno migliorato la loro posizione e il duro lavoro ha pagato. Hanno battuto ancora una volta i liberaldemocratici più affermati nonostante questi abbiano buttato i loro soldi nei conti delle compagnie telefoniche per ottenere il sostegno.

Per ulteriori informazioni sulle elezioni date un'occhiata alla grande copertura in diretta fatta dai gestori del Partito Stephen Ogden e Andrew Norton.

L'articolo in inglese su Pirate Times: Local By-election in the UK. Pirate Candidate Gets 4.5%

Basta con (la parola) "Capitalismo"

Capitalismo. Continuiamo a dire quella parola. Non ci rendiamo conto che significa tutto ciò che gli altri pensano che significhi. Qualunque cosa significasse la parola "capitalismo", si è trasformata in una parola in politichese che evita di pensare. Nessuno può avere una vera discussione se insistiamo ad utilizzarla.

"Capitalismo" è una di quelle parole la cui definizione nel dizionario ha ben poco a che fare con ciò per cui la gente la usa nelle conversazioni. La parola significa molte cose diverse a seconda della persona alla quale lo si chiede, a quale sia il contesto della discussione, e dipende da qualcosa di casuale come l'attuale allineamento dei pianeti o qualsiasi altra cosa. Può significare:
  • Qualcosa di buono sullo status quo: la possibilità di avviare una tua attività. Il libero mercato (quando funziona). La competizione che porta a idee migliori. La possibilità di scelta da parte dei consumatori. La possibilità di scegliere quale lavoro si desidera fare. Tutto quanto sopra, o solo alcune delle suddette cose.
  • Qualcosa di brutto sullo status quo: la proprietà privata dei mezzi di produzione. Lo sfruttamento dei lavoratori. Il libero mercato (quando non funziona). La competizione che soffoca le buone idee. La plutocrazia. I monopoli. Le speculazioni a breve termine a discapito dell'ambiente. Tutti o alcuni dei punti sopra.
  • Qualcosa che non è lo status quo: il libero mercato. Imprese più piccole, decentrate, invece di società giganti. La mancanza di plutocrazia. La mancanza di monopoli. La proprietà distribuita dei mezzi di produzione. Un mercato del lavoro sano dove puoi scegliere un salario decente. Tutti o alcuni dei punti sopra.

Serve anche ad evidenziare le varie cose che "anti- capitalismo" significa:
  • la tirannia
  • la libertà
  • nessuna libertà
  • democrazia
  • mancanza di democrazia
  • la possibilità che ti portino via la casa
  • non avere il pericolo che ti portino via la casa
  • essere costretti a lavorare con un lavoro inutile che detesti
  • non essere costretti a lavorare con un lavoro inutile che detesti
  • pianificazione centralizzata autoritaria
  • pianificazione decentrata libertaria
  • anarchia
  • intrinsecamente statalista, quindi non l'anarchia
  • distopia economicamente stagnante
  • utopia da post-scarsità
  • vivere nei boschi e mangiare corteccia e indossare pellicce
  • progresso tecnologico e scientifico esplosivo liberato dalle esigenze di capitale
  • Star Trek
  • Mad Max
  • Stalin
  • Gandhi
  • Il libero mercato (sì, davvero)

A meno che non si rimanga all'interno di una cerchia sociale in cui tutti sono d'accordo sul significato di "capitalismo " (che probabilmente non succede), porre la domanda "siete pro o anti-capitalismo?" ha senso quanto "sei pro- o anti- istamina" solo che "antistaminico" ha in realtà una definizione.

Quindi, vi prego, persone di tutto il mondo. Se siete pro-capitalista (qualunque cosa significhi), per favore smettete di cercare di convincere la gente che il problema è il "corporativismo, non il capitalismo". Se siete anticapitalisti (qualunque cosa significhi), per favore smettete di cercare di convincere la gente che "capitalismo è sfruttamento". Non appena la parola "capitalismo" inizia ad essere messa in giro, per ognuno la nozione preconcetta di cosa significa la parola prende il sopravvento, e diventa impossibile il dibattito costruttivo. Psicologicamente, è come se ogni fazione urlasse contro l'altra in lingue completamente diverse.

Ovviamente, io non ho intenzione di costringere nessuno a cambiare le parole che usano. Solo un capitalista e/o anti-capitalista cercherebbero di fare qualcosa di simile. Ma seriamente. Sarebbe bello se potessimo smettere di dire questa parola, e dire che cosa si intende, invece.

L'autore: Zacqary Adam Green è un attivista del Partito Pirata di New York, nel quale il suo ruolo ufficiale è "Radunatore di gatti". È un regista, artista, e l'amministratore Plankhead di Plankhead, una organizzazione/collettivo/nave pirata delle arti e cultura libera. Realizza progetti assurdi, con titoli come "La tua faccia è un sassofono", da casa sua a Long Island.

Dal sito di Falkvinge Down With (The WZacqary Adam Greenord) "Capitalism"

lunedì 14 ottobre 2013

I Pirati combattono nelle Elezioni Comunali estoni

Traduzione dell'articolo Pirates Fighting Estonian Municipal Elections


13 Ottobre, 2013, Andrew Reitemeyer
Le elezioni comunali in Estonia sono già iniziate il 10 ott 2013 tramite e-voting e si concluderanno il 20 ottobre con le schede cartacee tradizionali e il Partito Pirata estone vi sta partecipando. Dieci Pirati sono candidati in coalizioni elettorali e un pirata sta partecipando come candidato indipendente per protestare contro gli iniqui regolamenti elettorali (se eletto dovrà dimettersi immediatamente). Parteciperanno nelle città di Tallin, Tartu e Viljandi.

La corruzione, i partiti politici riciclati e la parzialità dei media sono alcuni dei temi principali riguardanti gli estoni che si dirigono verso le urne.

"C'è un gran numero di persone in Estonia che sono deluse dai partiti politici estoni. Secondo le indagini sono il 40 % dell'elettorato. Le ragioni sono diverse, ma il cartello stabilito dai partiti rappresentati nel Parlamento estone è riconosciuto noto essere uno dei motivi", afferma Karli Lambot, presidente della coalizione elettorale Vaba Tallinna Kodanik nella quale sono coinvolti quattro candidati dei pirati".

A Tartu, cinque pirati sono coinvolti nella coalizione elettorale Vabakund che si batte per la democrazia diretta, la privacy individuale e l'accesso all'informazione e alla cultura elettronica e nei punti più classici come le biblioteche. Anche l'utilizzo del software libero e gli standard aperti nei comuni sono punti tramite i quali i Pirati mirano ad aumentare la partecipazione democratica di tutti i cittadini .

"Abbiamo scelto di concorrere tramite coalizioni elettorali, invece di partecipare direttamente sotto il simbolo del Partito Pirata per sostenere il movimento contro la situazione di stallo della situazione politica", dice Märt Poder, membro del consiglio del Partito Pirata estone e un candidato per Vabakund. "In questo modo abbiamo più ampie possibilità di ottenere sostegno per le nostre idee sulla libera circolazione delle informazioni e la partecipazione digitale".

Il governo locale ha visto il successo di Pirati in passato ed i Pirati Estoni sono pieni di speranza nel successo elettorale, nonché la diffusione del messaggio Pirata per il popolo estone. Questa è la prima volta che i pirati sono su liste elettorali in Estonia. Pirate Times vi porterà i risultati non appena possibile, dopo che saranno noti i risultati.

L'articolo in inglese su PirateTimes: Pirates Fighting Estonian Municipal Elections

Il copyright ucciderà le biblioteche

Procede a grandi passi l'inevitabile passaggio al digitale anche dei libri.
Dopo musica, film, fotografia, l'impennata della disponibilità di e-book, anche grazie alla diffusione dei tablet non rappresenta più una frontiera del futuro ma è il presente.
Per quei libri che cadono sotto il monopolio del copyright, editori e distributori hanno ben pensato di inserire la loro solita pillola avvelenata, proteggendo gli e-book tramite tecniche DRM, ovvero i lucchetti capaci di imporre restrizioni digitali nell'uso degli e-book.
Come già successo per musica e film, queste restrizioni non colpiranno i cosidetti Pirati, i vari e-book già si trovano in condivisione nelle varie reti peer to peer e senza questi fastidiosi lucchetti.
Le vittime saranno sicuramente i lettori che acquisteranno tali e-book dai canali ufficiali, che troveranno qualche fastidio che i DRM sono capaci di imporre sugli e-book limitati dai DRM.

Ma soprattutto le restrizioni digitali saranno capaci di infierire un colpo, questo si micidiale, alle già indebolite biblioteche.

"Immagina di entrare in una biblioteca e aver bisogno di tre o quattro diverse paia di occhiali per poter leggere i libri prodotti per quegli specifici apparati visivi. O comprare un libro e poi dovrerlo arbitrariamente distruggere diciamo dopo due settimane. Questa è l'attuale situazione con gli e-book" ci spiega Art Brodsky su Wired.
Infatti Amazon, Apple e Google hanno ognuno il proprio store di e-book e questi libri digitali protetti dai lucchetti non possono essere usati se non con le loro applicazioni.

Non hai comprato il libro, ne hai noleggiato la lettura

In realtà, se si leggessero bene le norme contrattuali, si scoprirebbe facilmente che da queste librerie, da questi negozi digitali, non si stanno "comprando" libri, ma si sta "affittando" la loro lettura.
Dopo averli letti, non si possono prestare o regalare questi e-book che si è pagati, perché non si possono "togliere" dalle applicazioni dalle quali si sono fatti gli acquisti, applicazioni che devono essere usate per leggerli, e nei casi particolari in cui ciò si può fare le condizioni sono altrettanto limitate. Ad esempio i libri nel formato proprietario di Amazon possono essere prestati, ma solo una volta e per la durata di 14 giorni, ad altri acquirenti che devono comunque usare il sistema di Amazon e che hanno sottoscritto un abbonamento a pagamento al programma Amazon Prime.

Le biblioteche prede predilette dei monopolisti

Le biblioteche sono già in piena fase di trasformazione per sopravvivere al cambiamento, in quanto proprio dalla rete e dall'immensa disponibilità di informazioni il loro ruolo come centro per la raccolta della cultura e della conoscenza è stato messo in discussione.
Trasformazione nel consentire l'accesso multimediale ai cittadini, non solo a quelli (speriamo sempre di meno) che non hanno disponibilità in casa di una connessione ad Internet, ma nell'essere ancora quei centri fisici della conoscenza e l'apprendimento.

Mentre quei cittadini, che come i Pirati reclamano il diritto alla libera circolazione dell'informazione e della cultura, potranno agevolmente liberarsi di questi fastidiosi lucchetti anche per i libri che hanno comprato da questi distributori, le vere prede saranno proprio le biblioteche che non potranno facilmente sfuggire alle trappole costituite da questi laccetti, a maglie ancora più strette proprio per loro.
Brodsky ci porta un esempio pratico.
"Il richiamo del cuculo", l'ultimo libro dell'autrice della fortunata serie di Harry Potter,  J. K. Rowling, se comprato in formato cartaceo costerebbe alla biblioteca $14.40 dal sdistributore Baker & Taylor, qualcosa in meno di quello che pagherebbero un cittadino americano comprandolo a $15.49 dalla catena Barnes & Noble o $15.19 da Amazon. Prendendolo in formato digitale, il costo scende a $6.50 sia su Amazon che su Barnes & Noble, ma ai cittadini. Una biblioteca deve invece pagarlo $78.
Cosa giustifica questo incremento di costo del 1200% ?

Fortunatamente i libri, e gli e-book, possono esistere e proliferare anche al di fuori del mondo del monopolio del copyright e anche meglio. Iniziative come il progetto Gutenberg, o tutto il movimento creative commons, stanno facendo emergere come con l'avvento di Internet il copyright, il monopolio delle case editrici e i distributori non sono un soggetto indispensabile nel portare le opere intellettuali dagli scrittori ai cittadini, anzi spesso sono proprio il problema.

http://techcrunch.com/2013/10/13/the-end-of-the-library/

Anche se molti utenti e amanti della musica sono molto preoccupati di quelle ripetute campagne "anti-pirateria", tuttavia continuano diverse falsità e imprecisioni che sono diventati cliché, e che vengono ripetute impunemente ogni volta che si parla di file sharing: che il copyright avvantaggia gli artisti in generale (quando ne beneficiano, forse, uno su cento), che il P2P fa male ai musicisti, quando in realtà li aiuta a fare soldi, e che la condivisione su Internet pregiudica gli affari quando in realtà la produzione di opere è effettivamente aumentata da quando la rete si è diffusa in massa (in piena crisi economica globale).

Per ottenere informazioni equilibrate e rigorose, e non solo propaganda, meglio leggere quello che dicono gli stessi musicisti e alcuni esperti che hanno studiato la materia a fondo in diverse università.

Per favore, piratate le mie canzoni

Ignacio Escolar è un giornalista, blogger e musicista spagnolo. Il suo nome divenne noto soprattutto nell'ambiente copyfight nel 2001, dopo aver pubblicato il suo post, ormai un classico, "Per favore, piratate le mie canzoni". Nell'articolo, chiaramente memorabile, racconta il punto di vista di un vero musicista "sul problema" della condivisione dei file: "Il mio gruppo ha venduto più di 10.000 copie del nostro primo LP" e "ogni anno escono circa 32.000 dischi nuovi nel mercato mondiale e solo 250 convincono più di 10.000 compratori. Solo lo 0,7% dei musicisti che hanno pubblicato un album lo scorso anno (la maggior parte non ha nemmeno fatto dischi) sono stati più fortunati di me", "penserete che nuoti nel denaro. O, almeno, che viva degnamente delle mie capacità musicali. Quanto ricava dalla sua professione unos che fa parte di quei 0,7% più fortunati?". Escolar confessa, i ricavi di un musicista che ha venduto 10.000 album, ed è nello 0,7% dei più privilegiati tra coloro che hanno registrato un disco ... è pari a 77 dollari al mese!. Una cifra ottenuta dividendo il totale guadagnato di 2.800 dollari in tre anni di sforzi nel far arrivare i propri LP nei negozi. Senza dubbio, è un'altra storia quando si fanno i conti delle esibizioni dal vivo: in tale attività, il musicista ha la possibilità di guadagnare molto più denaro rispetto alla vendita dei dischi. Con un ricavo tra 100 e 300 dollari per esibizione, come Escolar precisa, è chiaro che con un concerto al mese, il musicista può guadagnare più del doppio di quello che riceve dai dischi "Come tutti i musicisti che hanno fatto i conti, sono più redditizi 100.000 fan pirati che riempiono i miei concerti che 10.000 originali".

Questo panorama economico sfortunato che l'industria discografica riserva ai musicisti, non è l'eccezione, è la norma in tutto il mondo. Secondo il rapporto 2009 di Nielsen Report citato da Billboard solo il 2% dei dischi pubblicati negli Stati Uniti ha venduto più di 5000 unità. Una ricerca diffusa su techdirt.com indica che per ogni $1.000 incassati, il musicista ne ottiene ... $23!.

Occorre inoltre precisare che spesso il musicista deve destinare la propria quota a coprire certe spese che la casa discografica non vuole farsi carico. E succede anche per le band che vendono un sacco di dischi e hanno più potere di negoziare: come Courtney Love ha spiegato nel suo famoso discorso tenuto oltre 10 anni fa, nel "Digital Hollywood Online Entertainment Conference": dei due milioni di royalties guadagnati con la vendita di un milione di dischi, la band dovrà pagare la registrazione, i costi di promozione e un numero infinito di spese, al punto tale che il guadagno netto finisce per essere ... zero! , anche se l'industria logicamente, ne ha tirato fuori diversi milioni di euro ...

Courtney ha iniziato così la sua conferenza: "Oggi voglio parlare di pirateria e musica. Che cosa è la pirateria? La pirateria è l'atto di rubare il lavoro di un artista senza alcuna intenzione di pagare per questo. Non sto parlando di software tipo Napster. Sto parlando di contratti discografici da etichette importanti". È per questo che star come Lyle Lovett, che hanno venduto 4,6 milioni di copie, e la band "30 Seconds to Mars", che ha vinto un disco di platino ... non hanno mai visto un soldo dalla vendita dei loro dischi. Cosa rimane per coloro che non sono famosi? Evidentemente il motivo per cui i musicisti ottengono condizioni così poco convenienti, è la capacità di coprire i costi di registrazione di un album, e ottenere la distribuzione. Il denaro, come tutti sanno, viene dai concerti, non è una novità del P2P.

(Tuttavia, nessuno sembra strapparsi le vesti per questo modo di fare soldi a costo di non lasciare nulla ai musicisti, però, servilmente molti si dedicano a difendere un business dal quale non ricevono dividendi).

Sostituzione o promozione?

Fino all'avvento di internet, il valore strategico dell'industria discografica per il musicista non era solo la possibilità di registrare un album e (forse) fare soldi con i diritti contrattuali. Firmare per una major significava promozione: entrare nelle trasmissioni delle radio, comparire negli spot in televisione, entrare nel circuito delle persone note e delle interviste dei media specializzati, ecc. In breve, ad eccezione di alcuni generi musicali che si basano su mecenatismo, la capacità di fare soldi con la musica è direttamente correlata al fatto di essere conosciuti dal pubblico per essere musicisti, e gli unici che potevano fare in modo che succedesse erano le case discografiche. Fino a quando è arrivato Internet ...

Quello che Nacho Escolar ha fatto notare nel suo articolo sulla convenienza della distribuzione "pirata", è semplicemente chiamato "effetto promozionale" della condivisione dei file, ovvero, quando gli utenti gratuitamente si occupano di fare quello che prima era la pubblicità delle case discografiche, e attraverso la copia e la raccomandazione, scaricare direttamente tramite p2p, diffondere il tuo artista preferito e renderlo più conosciuto. Tuttavia, nei discorsi fatti dall'industria, questo effetto non è mai menzionato. Si insiste solo sull' "effetto di sostituzione", quando un utente compra un disco che si sarebbe dovuto acquistare, se non fosse stato scaricato dalla rete.

Tuttavia, qual'è più forte? l'«effetto di sostituzione» o l'«effetto promozione». Qui sta il cuore del problema. Lo hanno analizzato all'Università di Harvard, però pazienza, ci arriveremo.

Dal vinile al CD

In pieno picco di Napster, effettivamente, i numeri delle case discografiche erano disastrosi. Ovviamente il "colpevole" per l'industria era il nuovo attore della "distribuzione della musica" che era emerso dalla rete, e gli utenti negligenti che rippavano i CD in formato MP3.

Seung-Hyun Hong è un laureato di Stanford, e nel 2004 ha pubblicato un articolo intitolato “The Effect of Napster on Recorded Music Sales: Evidence from the Consumer Expenditure Survey” ("L'Effetto di Napster sulle vendite delle Registrazioni Musicali: la prova dalle indagini sugli acquisti", che in seguito divenne la sua tesi di dottorato). Dopo aver studiato i dati raccolti attraverso il "Consumer Expenditure Survey", un ente governativo che rileva i dati di consumo negli Stati Uniti, ha concluso che "l'effetto Napster" potrebbe spiegare solo il 20% del calo delle vendite, ma non l'altro 80%. Che cosa stava succedendo allora? Ecco la spiegazione che ha trovato Seung-Hyun Hong: dagli anni '90, con la divulgazione dei Compact Disc, i consumatori - per diversi anni - si sono impegnati nel sostituire le loro vecchie collezioni in vinile nel nuovo formato. Il momento della comparsa di Napster ha coinciso con la conclusione di questo periodo di vendite straordinarie dei CD, quindi non c'erano LP da sostituire il che ha spiegato la pendenza della discesa.

Qualcosa di simile a questo ci ricorda il dialogo di Casciari e "la Chiri" nell'ultimo orsai:
- ho comprato il disco in vinile Piano Bar nell'85. Piano Bar in cassetta nell'89 . Piano Bar su compact disc nel 98. In altre parole, l'ho comprato tre volte. Quattro anni fa, quando il CD è morto, ho scaricato Piano Bar da Internet.
-Sei un maledetto pirata figlio di puttana, mi ha detto la Chiri - spero che ti mettano in prigione a te e a tutta la tua famiglia stai togliendo il cibo dalla bocca da molte persone del settore!

Promozione gratuita ... o pagata dagli utenti

Hong ha concluso che la cosidetta pirateria ha avuto un'influenza inferiore all'80% di quanto detto dal settore, tuttavia, per avere una prospettiva economica più ampia, ci sono altri fattori positivi da considerare.

Secondo la ricerca condotta da David Blackburn dell'Università di Harvard, "On-line Piracy and Recorded Music Sales" per la sua tesi di dottorato, ci sono due effetti del file sharing sul consumo della musica. Si tratta di quello che abbiamo anticipato all'inizio: da un lato, un "effetto di sostituzione", con conseguente calo delle vendite, ma dall'altra un "effetto promozionale" che le incrementa. Secondo quanto ha indagato Blackburn, il primo è più notevole per artisti popolari, e il secondo meno. Dopo aver effettuato le stime Blackburn conclude che l'effetto complessivo della condivisione di file è utile per il 75% degli artisti che vedono incrementate le loro vendite, anche se negativo per le grandi società discografiche, in quanto incide negativamente sulle vendite degli artisti più popolari che sono quelli che generano più entrate. Come si può vedere, gli interessi economici dell'industria e degli artisti (se si tiene conto di tutti) non necessariamente coincidono.

Ciò è particolarmente evidente in questo altro studio del quotidiano britannico The Times. Per analizzare gli effetti reali della condivisione di file sul mercato della musica il Times ha preso i dati dal "British Recording Industry Association" (Associazione dell'industria fonografica britannica) e "PRS For Music", un gestore collettivo dei diritti britannico. Come si vede nel grafico qui sotto, pubblicato sul sito web di Vía Libre, i ricavi delle case discografiche diminuiscono (arancione) , ma aumentano quelli dei musicisti (blu chiaro). Il pubblico spende più soldi per la musica dal vivo che nel comprare i dischi, cosa della quale beneficiano finanziariamente i musicisti .
Una seconda conclusione traiamo da questo studio, e che va sottolineata, è che se l'effetto promozionale del P2P è benefico per la maggior parte dei musicisti, chi è responsabile del finanziamento del funzionamento di queste reti? La risposta non è complicata: voi. Gli utenti pagano la bolletta internet religiosamente ogni mese, questo denaro rende possibile l'esistenza della rete, e rende possibile questa struttura di promozione e di distribuzione, della quale gli autori delle opere possono usufruire gratuitamente.

Indistinguibile da zero

Pochi anni dopo Blackburn, venne pubblicato un altro noto studio nel "Journal of Political Economy " del Prof. Felix Oberholzer-Gee, anche lui di Harvard e Koleman Strumpf della University of Kansas. Hanno concluso che l'effetto del file sharing sulle vendite era "statisticamente indistinguibile da zero". Questo studio, ampiamente citato, e nel 2004 è passato in rassegna al New York Times al diffondersi della prima bozza. Intervistato dal giornale il professor Oberholzer-Gee ha dato un buon esempio del perché un download non è necessariamente una vendita persa: "Diciamo che io offro un volo gratuito in Florida, quanto è probabile che si decide di andare in Florida? beh, è ​​molto probabile, perché il prezzo è pari a zero. Se non c'è biglietto gratuito, il viaggio in Florida sarebbe altamente improbabile", e lo studio conclude "Mentre i download si verificano su larga scala, la maggior parte degli utenti sono persone che probabilmente non avrebbero mai comprato l'album anche in assenza di condivisione dei file".

Recentemente gli stessi autori hanno presentato la loro ricerca in una conferenza a Vienna, dove affermano con più forza che il P2P incoraggia anche il lavoro creativo: "Il file sharing non ha scoraggiato autori ed editori. La pubblicazione di nuovi libri è aumentata del 66% nel periodo 2002-2007 . Dal 2000, l'uscita di nuovi album è più che raddoppiata, e la produzione di film in tutto il mondo dal 2003, più di 30%". Egli sostiene che "i download P2P aumentano il consumo e il prezzo dei beni complementari, come concerti, che generano entrate dirette per gli artisti" e che "In molti settori, gli incentivi economici diretti svolgono un ruolo molto piccolo nel motivare la creatività".

Cambio di modello

A seguito dei dati forniti dalle ricerche come accennato, i legislatori e i funzionari del settore culturale in alcuni paesi hanno cominciato a considerare positivamente l'effetto del P2P come generatori di ricchezza, e a pensarci due volte prima di dare ascolto solo alle voci minacciose che parlano a nome delle case discografiche (i cui dati sono stati messi in dubbio perfino dal governo degli Stati Uniti) . Il caso del Brasile, è un esempio di questo cambio di direzione, dal processo avviato nel 2003 con l'amministrazione di Gilberto Gil come ministro della Cultura (anche se attualmente questo processo è stato piuttosto stagnante, c'è molto interesse a proseguire).

In breve, se si misura l'effetto globalmente, il file sharing è utile per gli utenti, per i musicisti, forse non per le superstar (che sono proprio l'anello più debole) ed è buono per gli "affari" in generale - se misurato completamente, non solo nella vendita di massa dei dischi, anche da parte di altri attori quali: i fabbricanti e venditori di strumenti musicali, le istituzioni educative, le sale prova, i fornitori di attrezzature, le strutture per le presentazioni dal vivo, e anche (secondo uno studio norvegese) i sistemi di scaricamento commerciali, tra gli altri.

Uniformità contro diversità

Come menzionava lo studio di David Blackburn, la condivisione di file avvantaggia soprattutto gli artisti meno noti e quindi promuove la diversità culturale. Perché la grande industria invece, tende alla omogeneizzazione? Perché la natura stessa dell'attività di distribuzione della musica su supporto fisico (in vinile, cassette, cd) è ciò che promuove l'uniformità dei gusti del pubblico: l'industria discografica è un economia di scala. L'uniformità consente maggiori volumi di produzione e aumenta i guadagni per ogni unità venduta: un milione di album venduti di un singolo artista, generano un profitto molto più elevato per unità rispetto ad un milione di dischi da un migliaio di artisti diversi, con una tiratura di mille dischi ciascuno (che possono anche generare perdite). È per questo motivo che i soldi per la promozione vanno direttamente a quelli che vendono di più che non a quelli che hanno più bisogno di promozione.

Purtroppo questa dinamica economica che arricchisce l'industria, impoverisce l'offerta culturale. Anche prima di internet e del P2P non c'erano molte alternative a questo modello di distribuzione di musica, ora ci sono, e non sono in contrasto con la diversità. Non meritano la loro occasione, e il sostegno della società e dei suoi rappresentanti?

Il post su Derecho a LEER (Diritto a leggere): Por qué la "piratería" es beneficiosa para los músicos, y la industria discográfica no

domenica 13 ottobre 2013

Perché la Pirateria è utile per i musicisti, e l'industria discografica NO

Anche se molti utenti e amanti della musica siano molto preoccupati di quelle ripetute campagne "anti-pirateria", tuttavia continuano diverse falsità e imprecisioni che sono diventati cliché, e che vengono ripetute impunemente ogni volta che si parla di file sharing: che il copyright avvantaggia gli artisti in generale (quando ne beneficiano, forse, uno su cento), che il P2P fa male ai musicisti, quando in realtà li aiuta a fare soldi, e che la condivisione su Internet pregiudica gli affari quando in realtà la produzione di opere è effettivamente aumentata da quando la rete si è diffusa in massa (in piena crisi economica globale).

Per ottenere informazioni equilibrate e rigorose, e non solo propaganda, meglio leggere quello che dicono gli stessi musicisti e alcuni esperti che hanno studiato la materia a fondo in diverse università.

Per favore, piratate le mie canzoni

Ignacio Escolar è un giornalista, blogger e musicista spagnolo. Il suo nome divenne noto soprattutto nell'ambiente copyfight nel 2001, dopo aver pubblicato il suo post, ormai un classico, "Per favore, piratate le mie canzoni". Nell'articolo, chiaramente memorabile, racconta il punto di vista di un vero musicista "sul problema" della condivisione dei file: "Il mio gruppo ha venduto più di 10.000 copie del nostro primo LP" e "ogni anno escono circa 32.000 dischi nuovi nel mercato mondiale e solo 250 convincono più di 10.000 compratori. Solo lo 0,7% dei musicisti che hanno pubblicato un album lo scorso anno (la maggior parte non ha nemmeno fatto dischi) sono stati più fortunati di me", "penserete che nuoti nel denaro. O, almeno, che viva degnamente delle mie capacità musicali. Quanto ricava dalla sua professione uno che fa parte di quei 0,7% più fortunati?". Escolar confessa, i ricavi di un musicista che ha venduto 10.000 album, ed è nello 0,7% dei più privilegiati tra coloro che hanno registrato un disco ... è pari a 77 dollari al mese!. Una cifra ottenuta dividendo il totale guadagnato di 2.800 dollari in tre anni di sforzi nel far arrivare i propri LP nei negozi. Senza dubbio, è un'altra storia quando si fanno i conti delle esibizioni dal vivo: in tale attività, il musicista ha la possibilità di guadagnare molto più denaro rispetto alla vendita dei dischi. Con un ricavo tra 100 e 300 dollari per esibizione, come Escolar precisa, è chiaro che con un concerto al mese, il musicista può guadagnare più del doppio di quello che riceve dai dischi "Come tutti i musicisti che hanno fatto i conti, sono più redditizi 100.000 fan pirati che riempiono i miei concerti che 10.000 originali".

Questo panorama economico sfortunato che l'industria discografica riserva ai musicisti, non è l'eccezione, è la norma in tutto il mondo. Secondo il rapporto 2009 di Nielsen Report citato da Billboard solo il 2% dei dischi pubblicati negli Stati Uniti ha venduto più di 5000 unità. Una ricerca diffusa su techdirt.com indica che per ogni $1.000 incassati, il musicista ne ottiene ... $23!.

Occorre inoltre precisare che spesso il musicista deve destinare la propria quota a coprire certe spese che la casa discografica non vuole farsi carico. E succede anche per le band che vendono un sacco di dischi e hanno più potere di negoziare: come Courtney Love ha spiegato nel suo famoso discorso tenuto oltre 10 anni fa, nel "Digital Hollywood Online Entertainment Conference": dei due milioni di royalties guadagnati con la vendita di un milione di dischi, la band dovrà pagare la registrazione, i costi di promozione e un numero infinito di spese, al punto tale che il guadagno netto finisce per essere ... zero! , anche se l'industria logicamente, ne ha tirato fuori diversi milioni di euro ...

Courtney ha iniziato così la sua conferenza: "Oggi voglio parlare di pirateria e musica. Che cosa è la pirateria? La pirateria è l'atto di rubare il lavoro di un artista senza alcuna intenzione di pagare per questo. Non sto parlando di software tipo Napster. Sto parlando di contratti discografici da etichette importanti". È per questo che star come Lyle Lovett, che hanno venduto 4,6 milioni di copie, e la band "30 Seconds to Mars", che ha vinto un disco di platino ... non hanno mai visto un soldo dalla vendita dei loro dischi. Cosa rimane per coloro che non sono famosi? Evidentemente il motivo per cui i musicisti ottengono condizioni così poco convenienti, è la capacità di coprire i costi di registrazione di un album, e ottenere la distribuzione. Il denaro, come tutti sanno, viene dai concerti, non è una novità del P2P.

(Tuttavia, nessuno sembra strapparsi le vesti per questo modo di fare soldi a costo di non lasciare nulla ai musicisti, però, servilmente molti si dedicano a difendere un business dal quale non ricevono dividendi).

Sostituzione o promozione?

Fino all'avvento di internet, il valore strategico dell'industria discografica per il musicista non era solo la possibilità di registrare un album e (forse) fare soldi con i diritti contrattuali. Firmare per una major significava promozione: entrare nelle trasmissioni delle radio, comparire negli spot in televisione, entrare nel circuito delle persone note e delle interviste dei media specializzati, ecc. In breve, ad eccezione di alcuni generi musicali che si basano su mecenatismo, la capacità di fare soldi con la musica è direttamente correlata al fatto di essere conosciuti dal pubblico per essere musicisti, e gli unici che potevano fare in modo che succedesse erano le case discografiche. Fino a quando è arrivato Internet ...

Quello che Nacho Escolar ha fatto notare nel suo articolo sulla convenienza della distribuzione "pirata", è semplicemente chiamato "effetto promozionale" della condivisione dei file, ovvero, quando gli utenti gratuitamente si occupano di fare quello che prima era la pubblicità delle case discografiche, e attraverso la copia e la raccomandazione, scaricare direttamente tramite p2p, diffondere il tuo artista preferito e renderlo più conosciuto. Tuttavia, nei discorsi fatti dall'industria, questo effetto non è mai menzionato. Si insiste solo sull' "effetto di sostituzione", quando un utente compra un disco che si sarebbe dovuto acquistare, se non fosse stato scaricato dalla rete.

Tuttavia, qual'è più forte? l'«effetto di sostituzione» o l'«effetto promozione». Qui sta il cuore del problema. Lo hanno analizzato all'Università di Harvard, però pazienza, ci arriveremo.

Dal vinile al CD

In pieno picco di Napster, effettivamente, i numeri delle case discografiche erano disastrosi. Ovviamente il "colpevole" per l'industria era il nuovo attore della "distribuzione della musica" che era emerso dalla rete, e gli utenti negligenti che rippavano i CD in formato MP3.

Seung-Hyun Hong è un laureato di Stanford, e nel 2004 ha pubblicato un articolo intitolato “The Effect of Napster on Recorded Music Sales: Evidence from the Consumer Expenditure Survey” ("L'Effetto di Napster sulle vendite delle Registrazioni Musicali: la prova dalle indagini sugli acquisti", che in seguito divenne la sua tesi di dottorato). Dopo aver studiato i dati raccolti attraverso il "Consumer Expenditure Survey", un ente governativo che rileva i dati di consumo negli Stati Uniti, ha concluso che "l'effetto Napster" potrebbe spiegare solo il 20% del calo delle vendite, ma non l'altro 80%. Che cosa stava succedendo allora? Ecco la spiegazione che ha trovato Seung-Hyun Hong: dagli anni '90, con la divulgazione dei Compact Disc, i consumatori - per diversi anni - si sono impegnati nel sostituire le loro vecchie collezioni in vinile nel nuovo formato. Il momento della comparsa di Napster ha coinciso con la conclusione di questo periodo di vendite straordinarie dei CD, quindi non c'erano LP da sostituire il che ha spiegato la pendenza della discesa.

Qualcosa di simile a questo ci ricorda il dialogo di Casciari e "la Chiri" nell'ultimo orsai:
- ho comprato il disco in vinile Piano Bar nell'85. Piano Bar in cassetta nell'89 . Piano Bar su compact disc nel 98. In altre parole, l'ho comprato tre volte. Quattro anni fa, quando il CD è morto, ho scaricato Piano Bar da Internet.
-Sei un maledetto pirata figlio di puttana, mi ha detto la Chiri - spero che ti mettano in prigione a te e a tutta la tua famiglia stai togliendo il cibo dalla bocca da molte persone del settore!

Promozione gratuita ... o pagata dagli utenti

Hong ha concluso che la cosidetta pirateria ha avuto un'influenza inferiore all'80% di quanto detto dal settore, tuttavia, per avere una prospettiva economica più ampia, ci sono altri fattori positivi da considerare.

Secondo la ricerca condotta da David Blackburn dell'Università di Harvard, "On-line Piracy and Recorded Music Sales" per la sua tesi di dottorato, ci sono due effetti del file sharing sul consumo della musica. Si tratta di quello che abbiamo anticipato all'inizio: da un lato, un "effetto di sostituzione", con conseguente calo delle vendite, ma dall'altra un "effetto promozionale" che le incrementa. Secondo quanto ha indagato Blackburn, il primo è più notevole per artisti popolari, e il secondo meno. Dopo aver effettuato le stime Blackburn conclude che l'effetto complessivo della condivisione di file è utile per il 75% degli artisti che vedono incrementate le loro vendite, anche se negativo per le grandi società discografiche, in quanto incide negativamente sulle vendite degli artisti più popolari che sono quelli che generano più entrate. Come si può vedere, gli interessi economici dell'industria e degli artisti (se si tiene conto di tutti) non necessariamente coincidono.

Ciò è particolarmente evidente in questo altro studio del quotidiano britannico The Times. Per analizzare gli effetti reali della condivisione di file sul mercato della musica il Times ha preso i dati dal "British Recording Industry Association" (Associazione dell'industria fonografica britannica) e "PRS For Music", un gestore collettivo dei diritti britannico. Come si vede nel grafico qui sotto, pubblicato sul sito web di Vía Libre, i ricavi delle case discografiche diminuiscono (arancione) , ma aumentano quelli dei musicisti (blu chiaro). Il pubblico spende più soldi per la musica dal vivo che nel comprare i dischi, cosa della quale beneficiano finanziariamente i musicisti .
Una seconda conclusione traiamo da questo studio, e che va sottolineata, è che se l'effetto promozionale del P2P è benefico per la maggior parte dei musicisti, chi è responsabile del finanziamento del funzionamento di queste reti? La risposta non è complicata: voi. Gli utenti pagano la bolletta internet religiosamente ogni mese, questo denaro rende possibile l'esistenza della rete, e rende possibile questa struttura di promozione e di distribuzione, della quale gli autori delle opere possono usufruire gratuitamente.

Indistinguibile da zero

Pochi anni dopo Blackburn, venne pubblicato un altro noto studio nel "Journal of Political Economy " del Prof. Felix Oberholzer-Gee, anche lui di Harvard e Koleman Strumpf della University of Kansas. Hanno concluso che l'effetto del file sharing sulle vendite era "statisticamente indistinguibile da zero". Questo studio, ampiamente citato, e nel 2004 è passato in rassegna al New York Times al diffondersi della prima bozza. Intervistato dal giornale il professor Oberholzer-Gee ha dato un buon esempio del perché un download non è necessariamente una vendita persa: "Diciamo che io offro un volo gratuito in Florida, quanto è probabile che si decide di andare in Florida? beh, è ​​molto probabile, perché il prezzo è pari a zero. Se non c'è biglietto gratuito, il viaggio in Florida sarebbe altamente improbabile", e lo studio conclude "Mentre i download si verificano su larga scala, la maggior parte degli utenti sono persone che probabilmente non avrebbero mai comprato l'album anche in assenza di condivisione dei file".

Recentemente gli stessi autori hanno presentato la loro ricerca in una conferenza a Vienna, dove affermano con più forza che il P2P incoraggia anche il lavoro creativo: "Il file sharing non ha scoraggiato autori ed editori. La pubblicazione di nuovi libri è aumentata del 66% nel periodo 2002-2007 . Dal 2000, l'uscita di nuovi album è più che raddoppiata, e la produzione di film in tutto il mondo dal 2003, più di 30%". Egli sostiene che "i download P2P aumentano il consumo e il prezzo dei beni complementari, come concerti, che generano entrate dirette per gli artisti" e che "In molti settori, gli incentivi economici diretti svolgono un ruolo molto piccolo nel motivare la creatività".

Cambio di modello

A seguito dei dati forniti dalle ricerche come accennato, i legislatori e i funzionari del settore culturale in alcuni paesi hanno cominciato a considerare positivamente l'effetto del P2P come generatori di ricchezza, e a pensarci due volte prima di dare ascolto solo alle voci minacciose che parlano a nome delle case discografiche (i cui dati sono stati messi in dubbio perfino dal governo degli Stati Uniti) . Il caso del Brasile, è un esempio di questo cambio di direzione, dal processo avviato nel 2003 con l'amministrazione di Gilberto Gil come ministro della Cultura (anche se attualmente questo processo è stato piuttosto stagnante, c'è molto interesse a proseguire).

In breve, se si misura l'effetto globalmente, il file sharing è utile per gli utenti, per i musicisti, forse non per le superstar (che sono proprio l'anello più debole) ed è buono per gli "affari" in generale - se misurato completamente, non solo nella vendita di massa dei dischi, anche da parte di altri attori quali: i fabbricanti e venditori di strumenti musicali, le istituzioni educative, le sale prova, i fornitori di attrezzature, le strutture per le presentazioni dal vivo, e anche (secondo uno studio norvegese) i sistemi di scaricamento commerciali, tra gli altri.

Uniformità contro diversità

Come menzionava lo studio di David Blackburn, la condivisione di file avvantaggia soprattutto gli artisti meno noti e quindi promuove la diversità culturale. Perché la grande industria invece, tende a omogeneizzazione? Poiché la natura stessa dell'attività di distribuzione della musica su supporto fisico (in vinile, cassette, cd) è ciò che promuove l'uniformità dei gusti del pubblico: l'industria discografica è un economia di scala. L'uniformità consente maggiori volumi di produzione e aumenta i guadagni per ogni unità venduta: un milione di album venduti di un singolo artista, generano un profitto molto più elevato per unità rispetto ad un milione di dischi da un migliaio di artisti diversi, con una tiratura di mille dischi ciascuno (che anche generare perdite). È per questo motivo che i soldi per la promozione vanno direttamente a quelli che vendono di più che non a quelli che hanno più bisogno di promozione.

Purtroppo questa dinamica economica che arricchisce l'industria, impoverisce l'offerta culturale. Anche prima di internet e del P2P non c'erano molte alternative a questo modello di distribuzione di musica, ora ci sono, e non sono in contrasto con la diversità. Non meritano la loro occasione, e il sostegno della società e dei suoi rappresentanti?

Il post su Derecho a LEER (Diritto a leggere): Por qué la "piratería" es beneficiosa para los músicos, y la industria discográfica no

venerdì 11 ottobre 2013

De Benedetti: "gestire il cambiamento e salvare il giornalismo" ... o forse solo gli editori?

Ci risiamo.
Leggendo l'intervento di oggi di Carlo De Benedetti su huffingtonpost.it, mi è sembrato che anche gli editori iniziassero a spostarsi dalla parte giusta della storia, in quel cambiamento che neanche tutti i soldi del mondo potranno fermare.
"il digitale è un universo che vive secondo leggi tanto diverse dal passato quanto la fisica moderna è diversa da quella di Galileo e Newton. Le nuove leggi dell'universo digitale rendono incerti o comunque mobili tutti i confini: tra produttori e consumatori, tra comunicatori e fruitori delle informazioni, tra prodotti diversi, tra contenuti e mezzi per comunicarli e diffonderli"
bene, bravo, finalmente
"in un universo nel quale l'attività del "pubblicare" è diventata un bottone che chiunque può cliccare - come ha provocatoriamente sostenuto lo studioso americano Clay Shirky - ha ancora un senso parlare di industria della pubblicazione, cioè di editoria?"
incredibile! Ho pensato, ma c'è voluto poco per capire che l'articolo sarebbe inevitabilmente finito con la solita lagna richiedente le più miopi delle prebende.
"bisogna intervenire rapidamente con norme che ridistribuiscano le risorse correttamente rispetto agli investimenti per la costruzione dei contenuti"
Che tristezza. De Benedetti chiede che attraverso le norme si ridistribuiscano le risorse di attività commerciali come quelle della pubblicazione.
E ancora peggio che queste norme cambino le regole del mercato andando a premiare chi spende di più.

Ovvero, diciamo che Golia fa un sito e spende 1 milione di euro, ma non lo guarda nessuno, e Davide fa un sito e spende 1000 euro, e ci vanno un milione di utenti, comunque Davide dovrà dare a Golia il 99,9% dei suoi ricavi?
Purtroppo il ragionamento degli editori è proprio questo. Continua ad essere questo nonostante con la Rete siamo passati dalla fisica di Newton a quella di Einstein.

Ma ciò che risulta indigeribile è questo vezzo di mischiare editori ed autori, come se fossero la stessa cosa, come se stessero dalla stessa parte della staccionata. Come se lupi e agnelli facessero parte dello stesso gregge.
Prendiamo come esempio proprio l'Huffington Post versione italiana, realizzato in collaborazione con il gruppo Espresso di De Benedetti, che lo stesso De Benedetti ha scelto per scrivere questa sua lagnanza.
Quanto l'Huffington Post da' dei suoi ricavi pubblicitari ai tanti blogger che ci scrivono e che tenendo alto il traffico portano i soldi al sito?
«I blog non sono un prodotto giornalistico, sono commenti, opinioni su fatti in genere noti; ed è uno dei motivi per cui i blogger non vengono pagati» si è affrettata a spiegare Lucia Annunziata nella presentazione del sito nel quale ci ha anche informati che il sito partiva con nientepopodimeno che 200 blogger: “Iniziamo con circa 200 blogger, ma finché non arriviamo a 600 non mi sento tranquilla” ha affermato l’Annunziata.

Quindi di quale "plain level field" sta parlando De Benedetti, di quale "campo dove i soggetti possano farsi concorrenza alla pari, senza sfruttare indebitamente posizioni dominanti" cerca di convincerci?

De Benedetti ci spiega "restano altissimi i costi a carico di chi quell'informazione la confeziona giorno dopo giorno". La confeziona. O la produce?

Tra l'altro De Benedetti se la prende con Google, e se vuole usare le cifre investite come parametro per distribuire i ricavi non sono sicuro che gli possa andar bene.
È veramente ridicolo che si azzardi a chiedere "parità di condizioni nelle indicizzazioni", addomesticare anche i motori di ricerca non al miglior risultato a beneficio dell'utente, ma a beneficio di coloro che ancora cercano di fare gli intermediari dell'informazione.
Non che la cosa non la stiano già facendo. Di fatto richiedendo a Google e agli altri motori di ricerca di rimuovere dai propri risultati siti "scomodi" come quelli che parlano di condivisione della cultura, dell'arte, dei siti peer to peer che consentono di mettere in comunicazione gli utenti direttamente tra di loro senza dover passare attraverso "gli altissimi costi" degli editori.

De Benedetti ha capito benissimo quale sia il cambiamento che è avvenuto:
"i giornali soffrono ma il giornalismo sta vivendo la sua migliore stagione da sempre. Per merito della tecnologia di massa, qualsiasi fatto può essere documentato e raccontato in tempo reale: ovunque c'è uno smart phone che ferma l'evento e i suoi protagonisti, qualcuno che lo twitta e ritwitta"
Non si tratta di motori di ricerca.
I cittadini sono diventati i protagonisti dell'informazione, avranno sempre più modi per condividere ciò che gli interessa e gli appassiona, senza dover sottostare alle "scelte editoriali" non importa quale legge gli editori sapranno farsi indebitamente approvare.

giovedì 10 ottobre 2013

Il principio europeo di giusto processo messo da parte per la caccia all'uomo del fondatore di Pirate Bay

7 Ottobre 2010, Henrik Alexandersson
Nella richiesta di estradizione imminente contro Gottfrid Svartholm-Warg, co-fondatore di The Pirate Bay, le autorità giudiziarie danesi stanno trascurando una importante sentenza nei tribunali svedesi. Questo è rimarchevole, perché i tribunali europei sono tenuti a rispettare i verdetti degli altri tribunali europei. Non è difficile avere la sensazione che le istituzioni siano unite contro chi crea problemi e mettano tutte le garanzie da parte, lasciando che i diritti valgono solo per i Golia e non i Davide.

Nell'Unione europea, vige il principio di accettare l'applicazione della legge e le procedure previste dalle leggi degli altri Stati membri. C'è un presupposto di fondo che il sistema giudiziario greco sia sicuro e protetto, c'è un presupposto di fondo che la polizia bulgara non sia corrotta. Queste ipotesi sono fatte perché è necessario; anche se dovesse capitare che si riesca a provare che sono false, questi presupposti devono rimanere ancora validi.

La ragione è semplice: in caso contrario, il mandato d'arresto Europeo non funzionerebbe affatto. (Il mandato d'arresto europeo è uno strumento che in questi giorni viene abusato con noncuranza negli Stati membri europei). In caso contrario, non si sarebbe in grado di proporre strumenti come l'Ordine di Indagine Europea . (Che, per esempio, imporrebbe alla polizia svedese di indagare una donna irlandese o polacca in Svezia sospettata di infrangere il divieto del suo paese natale sull'aborto, un diritto che per le donne in Svezia è sacrosanto). In caso contrario, l'Unione europea non sarebbe in grado di progredire con i suoi piani di una Procura Europea.

Ma a quanto pare, ci sono eccezioni alla regola: quando le autorità superiori vogliono davvero, davvero inchiodare pesantemente qualcuno.

Riguardo Gottfrid Svartholm-Warg. È accusato di accesso abusivo ad un sistema informatico in Svezia (della società Logica). Ma la Corte d'Appello lo ha assolto da un altro caso, contro Nordea, in seguito alla testimonianza da esperto di Jacob Appelbaum che ha testimoniato che le prove tecniche della pubblica accusa fossero abissalmente insufficienti.

Concentriamoci sul caso contro Nordea. La Corte d'Appello ha considerato una prova del procuratore insoddisfacente, e assolto Svartholm-Warg. Dovrebbe essere così, giusto?

Ma no: c'è ancora una richiesta dalla Danimarca per l'estradizione di Svartholm-Warg - per le indagini e il processo riguardante un caso costruito sulle stesse esatte prove e circostanze del caso Nordea. Ovvero, la stessa cosa dalla quale è stato appena assolto da in Svezia.

Questo, di per sé, è sia singolare che inopportuno.

E poi, tutto ad un tratto, i princìpi dell'Unione europea di accettare le autorità giudiziarie degli altri Stati membri hanno cessato di essere in vigore. Finché la richiesta Danese di estradizione in Svezia è attiva, lo Stato della Danimarca sta rifiutando l'integrità, la legittimità e la competenza del sistema giudiziario Svedese. (Il che è piuttosto notevole tra gli stati membri europei).

È tutto come al solito nell'Unione Europea: le norme si applicano solo se ne beneficiano i pezzi grossi.

E in Danimarca, sia il ministro della Giustizia che il Ministro degli Interni hanno fatto dichiarazioni pubbliche che considerano Svartholm-Warg colpevole. Giusto per fare in modo che polizia e tribunali danesi sappiano cosa devono rispettare.

Qui, è importante tenere a mente che si tratta di un sospetto di azioni identiche, ugualmente illegali in entrambi i paesi. Pertanto, sarebbe piuttosto assurdo se Svartholm-Warg sia stato assolto in un paese e condannato in un altro.

Ho il sospetto che le cose funzionino in questo modo: le intrusioni elettroniche di alto profilo ("hacking", detto alla spiccia) è un imbarazzo che richiede che qualcuno sia crocifisso - indipendentemente dal fatto che sia la persona giusta o meno. E lo Stato della Danimarca potrebbe considerare un bonus causare qualche problema in più ad uno dei ragazzi dietro The Pirate Bay. Questa non è giustizia, questa è la politica.

L'articolo in inglese sul sito di Falkvinge: European Due Process Pushed Aside To Nail Pirate Bay Founder Anakata